CENNI STORICI

    LE ORIGINI DEL NOME “Ruvo”

Il nome Ruvo, secondo quanto risulta dalla monetazione peuceta ed affermato dalla maggior parte degli studiosi, corrisponde al nome greco Puψ (Rhyps) ed al nome latino Rubi.

    DAL PALEOLITICO ALL'ETA' DEL FERRO

Sin dalle più antiche epoche preistoriche, sul territorio ruvese è documentabile una presenza umana ininterrotta.
Al Paleolitico Medio (60 mila anni fa) risalgono i manufatti litici (di pietra lavorata) ritrovati nella contrada ruvese e ora conservati nel Museo Etnografico "L. Pigorini" a Roma.
Agli albori del Neolitico (seconda metà del VI millennio a.C.) sono da attribuirsi dei frammenti di ceramica impressa (così chiamata per lo stile della sua decorazione ottenuta mediante l'impressione della conchiglia del mollusco Cardium edulis o con la tipica decorazione ad unghiate). Sempre del Neolitico, i resti di alcuni villaggi cintati rinvenuti in contrada "Cortogiglio". Le recinzioni, per lo più trincee scavate nel terreno, sono tipiche dei villaggi neolitici della Puglia e costituiscono il carattere peculiare di una società sedentaria che faceva dell’attività agricola la sua maggiore risorsa economica.
Prime tracce della presenza effettiva e certa di Ruvo si hanno nell’Età del Bronzo (2000 a.C.), quando la città era abitata dagli Ausoni. Tra i popoli ausonici, sull’altipiano della Puglia centrale si stabilirono i Morgeti (da qui il nome Murgia). I Ruvesi dovevano abitare in villaggi di capanne. Anche se è difficile definire con certezza il sito topografico di Ruvo preistorica, è possibile supporre che essa si trovasse lungo la strada che dal Pulo di Molfetta (insediamento neolitico) portava a Matera. Ulteriori ritrovamenti, altrettanto importanti, sono stati fatti in un altro insediamento preistorico: quello delle grotte che si affacciano sull’alveo torrentizio denominato localmente “u Vagne” (dal bagno cui erano sottoposte le pecore prima della tosatura) a 15 km circa da Ruvo. Qui sono stati rinvenuti molti manufatti (raschiatoi, frammenti di lama, punte di freccia) simboli della cultura materiale (caccia, allevamento, economia agricola) delle genti stanziatesi in età preistorica. L’Età del Ferro (XII-X sec. a.C.) si apre con l’avvento, in Puglia, degli Iapigi (a cui deve il suo nome la Puglia: da Iapudes - Iapudia - Apulia – Puglia) che, giungendo dall’Illiria, spinsero i Morgeti ad emigrare nell’attuale Calabria. All’Età del Ferro sono da attribuirsi i caratteristici monumenti funebri chiamati specchie diffusi nel territorio ruvese e in tutta la Murgia barese. In conclusione, è possibile supporre che il villaggio protourbano della Ruvo preistorica dovesse già esistere intorno all’XI-X sec. a.C.

    RUVO PEUCETA

La Civiltà Iapigia, nell’VIII secolo a.C, tese sempre più ad articolarsi al suo interno, assumendo la forma di tre culture affini ma distinte: messapica (nell’attuale penisola salentina), peuceta (nell’attuale Terra di Bari) e daunia (nell’attuale provincia di Foggia), corrispondenti ai tre principali gruppi etnici che la componevano.
Contemporaneamente, l’VIII secolo fu anche caratterizzato dall’arrivo, sulle coste dell’Italia meridionale, di folti gruppi provenienti da varie regioni della Grecia, determinando la nascita di centri coloniali. Il processo di colonizzazione, che trasformò l’Italia meridionale in quella che oggi chiamiamo Magna Grecia, interessò marginalmente la Puglia (basti pensare che l’unica colonia greca pugliese fu Taranto). I centri dauni, peuceti e messapi non entrarono mai nell’orbita della colonizzazione greca, sebbene ne furono fortemente influenzati per usi e costumi cultuali.
Il territorio ruvese si estendeva dalla costa fino a Silvium (attuale Gravina) e dall’Ofanto sino ad Egnazia. La città, che si serviva di un porto naturale (Respa presso Molfetta), divenne centro di confluenza della cultura dauna e peuceta, grazie alla sua posizione intermedia tra Bari e Canosa. In età peuceta, Rhyps era costituita da diversi agglomerati urbani identificabili in vari punti circostanti l'attuale città, tra cui l’attuale collina di Sant’Angelo, il sito "La Zeta" e le colline di "Colaianni", "Baciamano" e "Spaccone". Ruvo, con le sue botteghe di oreficeria e fabbriche di ceramica e con i contatti commerciali diretti con la Grecia, divenne una città economicamente florida; il suo benessere economico è testimoniato non solo dalla cospicua quantità di oggetti in metallo e bronzo rinvenuti nelle tombe, ma anche dal conio di monete d’argento e oro a partire dal 300 a.C. I secoli V e IV a.C. videro uno straordinario incremento delle importazioni vascolari da Atene. I vasi importati costituirono un modello per le botteghe artigianali locali che svilupparono un’arte ceramografa di alto livello. La collezione vascolare, presente nel Museo Archeologico Nazionale Jatta,comprende sia vasi importati che prodotti della ceramica locale. A quest’epoca si può far risalire anche la famosa pittura tombale detta delle danzatrici rinvenuta a Ruvo nel 1833 e custodita presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

    RUVO ROMANA

Il III sec. a.C. vide la fine della Magna Grecia (con la capitolazione dell’ultima colonia, Taranto, nel 272 a.C.) e la nascita di un’altra grande Civiltà: Roma.
Intorno al III sec. a.C., Ruvo cominciò a subire le prime pressioni dei Romani che, ben presto, compresero l’importante posizione strategica della città, da allora denominata Rubi ed entrata così a far parte della riorganizzazione territoriale da essi operata. Rubi diviene, infatti, una statio romana lungo la via Traiana, percorsa dal poeta Orazio durante il suo viaggio da Roma a Brindisi come si legge nella Satira V ("Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum Carpentes iter, et factum corruptius imbri").
Rubi, come statio romana, è inserita nell’Itinerario Antonino e nella Tabula Peutingeriana. L’insediamento romano si andò sviluppando lungo l’asse della via Traiana, costituendo punto di stazionamento dei grandi spostamenti militari e, allo stesso tempo, di difesa e coordinamento territoriale.
L’insediamento romano gravitava intorno al foro che, orientativamente, doveva trovarsi presso l’attuale Largo Annunziata.
Rubi, dapprima città socia di Roma, nel I sec. a.C. divenne Municipium Romanum; successivamente, in Rubi furono istituite tutte quelle strutture politiche proprie dell’apparato amministrativo romano. Le poche informazioni sulla Ruvo romana si possono evincere dalle epigrafi tombali, rinvenute nella città e conservate presso il Museo Jatta, e da una lapide posta alla base della Torre del pubblico Orologio in Piazza Menotti - Garibaldi (lapide a Gordiano III).
L’insediamento romano doveva, quindi, coincidere con l’attuale centro storico ruvese come dimostrano i resti di una Domus romana rinvenuti al di sotto dell’attuale Cattedrale e la presenza di una cisterna romana (denominata dalla devozione popolare Grotta di San Cleto) rinvenuta al di sotto dell’attuale Chiesa del Purgatorio.

    RUVO MEDIOEVALE

Dal 463 d.C., con il declino dell’impero romano ed il conseguente inizio delle invasioni barbariche, Ruvo seguì la stessa sorte delle città pugliesi.
Sotto dominazione bizantina prima, distrutta dai Goti poi, quindi riedificata ed ancora conquistata dai Longobardi, Ruvo fu occupata dai Saraceni che, nell’857, vi stabilirono una guarnigione e diedero vita al quartiere urbano posto a Nord-Est dell’antico centro abitato, tra la Cattedrale e la Chiesa del Purgatorio, ancora oggi denominatoFondo Marasco (alterazione del nome Fondo Moresco).
In riferimento a quel periodo, dalle cronache dell’Anonimo cavense, si legge che i Saraceni nell’858 furono attaccati dal duca di Spoleto, unitosi ai Salernitani e ai Beneventani venuti in soccorso dei Longobardi e che quelli furono inseguiti fino alle porte di Ruvo dove si rifugiarono. Questo episodio, riportato dallo storico locale F. Jurilli, dimostra la presenza in epoca saracena di un valido sistema difensivo contro eventuali attacchi dall’esterno.
Fino agli inizi dell’XI sec., la città subì le vicissitudini di quel difficile periodo che vide il territorio pugliese conteso tra Bizantini e Longobardi.
Secondo la storiografia locale, a partire dall’anno mille, in Ruvo si ebbe la presenza stabile del vescovato, protrattasi, senza interruzioni, fino ai nostri giorni. Molto probabilmente la scelta della sede vescovile ricadde su di Ruvo in quanto il suo territorio, ricco ed esteso, costituiva una certa garanzia per le necessità a cui il vescovato doveva far fronte.Intorno al 1040, con l’avvento dei Normanni, la città venne conquistata da Ruggero. Gli storici locali, come il Da Telese, riferiscono che i Baroni Pugliesi accettarono di sottomettersi a re Ruggero solo in seguito alla resa di Ruvo, avvenuta dopo un lungo combattimento. Considerato ciò, supponiamo che la città fosse già munita di un valido sistema di fortificazione, comprendente la cinta muraria, il primo impianto del Castello e la Torre Campanaria della Cattedrale sorta nel X sec. come torre di difesa. Dal 1129 Ruvo entrò a far parte della contea di Conversano, nella cui casata rimase sino alla scomparsa della dinastia normanna avvenuta nel 1198 con la morte di Costanza d’Altavilla. Risale alla seconda metà del XII sec. l’inizio della costruzione della Cattedrale, quando il feudatario di Ruvo era Roberto di Bassaville, conte di Conversano e Loretello. Con la fine del dominio Normanno e l’avvento degli Svevi (1198), Ruvo costituì feudo autonomo. Con il regno di Federico II, la città conobbe un lungo periodo di splendore economico e culturale, caratterizzato dal completamento della Cattedrale (primo trentennio del XIII sec.). L’autonomia del feudo di Ruvo terminò nel 1269, (inizio del regno angioino) con Carlo I d’Angiò, quando esso fu inserito nel giustizierato di Terra di Bari e concesso a Rodolfo de Colant.
L’infeudazione di Ruvo alla famiglia De Colant costituì uno dei periodi più tristi della città, ridotta in povertà a causa delle continue vessazioni del feudatario e del re. In seguito, nel 1291, Ruvo passò nelle mani di Roberto de Juriaco e, quindi, al figlio Galeriano; poi, per abbandono da parte di quest’ultimo della circoscrizione feudale, il feudo di Ruvo fu incorporato nel regio demanio per ventisette anni.
Seguirono, le alterne vicende legate al regno della Regina Giovanna I (succeduta, nel 1343, al nonno Roberto d’Angiò) ed al re Luigi d’Ungheria, sbarcato in Puglia per vendicare la morte del fratello, consorte di Giovanna I, il quale sembra sia stato ucciso da Gazzone de Denysiaco (conte di Terlizzi e feudatario di Ruvo) su istigazione della stessa regina che, per sfuggire al re, fu costretta a rifugiarsi in Provenza. Mentre Gazzone veniva giustiziato, il feudo di Ruvo passava nelle mani di sua moglie Margherita Pipina. Il ritorno di Giovanna a Napoli nel 1348, dopo la partenza di Luigi d’Ungheria, determinò la riconquista delle città pugliesi fedeli all’ungherese, tra cui Ruvo.
In tale circostanza, le fortificazioni del borgo antico ed il Castello non riuscirono a fermare Roberto Sanseverino, alleato della regina Giovanna, che espugnò la città e cacciò da questa gli ungheresi. Probabilmente proprio in questo periodo si provvide alla risistemazione del castello ed alla costruzione della Torre di Pilato (crollata nel 1881).
Altri feudatari amministrarono il feudo di Ruvo fino al 1382, quando da Carlo III fu affidato al consigliere Villanuccio de Vrunfort ed a questa famiglia rimase fino al 1430 circa, passando quindi alla famiglia del Balzo - Orsini che, a sua volta, nel 1499 lo alienava allo spagnolo Galzarano de Requenses. Il XVI sec. vide l’avvento nel sud Italia di Alfonso I d’Aragona che diede inizio alla dinastia aragonese.
In questo periodo, sia i Vrunfort che i loro successori apprezzarono tantissimo l’efficienza del sistema difensivo, basti pensare alla menzione che ne fece il Cantalicio, il quale definiva Ruvo fortissima castra nella sua cronaca sulla Disfida di Barletta (1503), dove si parla della partenza da Ruvo dei tredici cavalieri francesi guidati da La Motte.
Agli inizi del XVI secolo, nel corso della guerra tra francesi e spagnoli, Ruvo fu inizialmente piazzaforte dei primi e, successivamente, espugnata dai secondi sotto comando di Consalvo di Cordova, consentendo in tal guisa il rientro nel feudo ai Requesens.
La presa di Ruvo, da parte di Consalvo di Cordova, danneggiò le mura ruvesi che, poi, sarebbero state ricostruite sin dalle fondamenta sul lato sud est, tra i due torrioni già esistenti e prospicienti l’attuale Via Rosario.

    DALL'ETA' MODERNA ALL'ETA' CONTEMPORANEA

L’età moderna ebbe inizio nel 1509, quando il feudo ruvese fu venduto dai Requenses al cardinale Oliviero Carafa. La famiglia Carafa lo detenne fino al 1806, anno in cui fu abolito il feudalesimo nell’Italia meridionale.
Sotto il dominio dei Carafa, la città fu oppressa dalla prepotenza baronale e dagli abusi tipici del regime feudale che danneggiarono soprattutto l’agricoltura, dal momento che i contadini erano costretti a lavorare i terreni non più come proprietari, ma come fittuari delle confraternite, delle Chiese e dei Luoghi Pii, nelle cui mani essi erano caduti.
La presenza di un governo stabile nel meridione (Regno di Napoli), per mano degli aragonesi prima e degli Asburgo a partire dal 1516, influì positivamente sulla sua popolazione, favorendo un certo splendore socio-economico che si protrasse per alcuni anni e che coinvolse anche la città di Ruvo.
Infatti tra il 1500 e il 1600, grazie al livello socio-culturale raggiunto dalla classe dominante nobiliare e latifondista, Ruvo conobbe una fiorente attività edilizia sia di carattere religioso che civile con edifici chiamati case palaziate, realizzate nei punti più strategici della città, lungo Via Castello (attuale Via De Gasperi) e nei dintorni della Cattedrale.
Per quanto riguarda l’edilizia civile è necessario menzionare Palazzo Griffi, Avitaia, Caputi, Rocca (attuale Palazzo Spada). Agli inizi del 1600, lungo l’attuale Via Cattedrale, furono costruite alcune case palaziate, come Palazzo Rubini ed edifici religiosi come la Chiesa del Purgatorioe quella del Carmine, mentre nell’ambito del nucleo urbano sorsero chiese come San Rocco (1503).
Tra la metà del 1500 e gli inizi del 1600, anche fuori le mura nacquero complessi ecclesiastici, come il Convento di San Domenico (1560) e il Convento dei Cappuccini (1607) che si unirono a quelli già esistenti costituiti dal Convento dei Minori Osservanti in Sant’Angelo e da quello della Madonna delle Grazie.
Il 1600 si aprì con terremoti (1627 - 1628), e con una nefasta pestilenza (1656) che ridusse la popolazione da 5.816 a 700 abitanti.
Nei primi decenni del 1700, sebbene l’economia versasse in condizioni precarie e fosse concentrata nelle mani delle classi dominanti, la città di Ruvo avvertì l’esigenza di un rinnovamento sociale e culturale i cui riflessi si protrassero anche nel XIX secolo.
In questo nuovo clima culturale emersero alcune figure di spicco che, per il loro impegno e la loro professionalità, hanno lasciato un vivo ricordo nella memoria collettiva della città. Si tratta di personaggi come Domenico Cotugno (1736 - 1822), celebre medico in Napoli e Giovanni Jatta (1767 - 1844), illustre giureconsulto e cofondatore dell’omonimo museo.
Nel 1806, abolito il feudalesimo, i molti possedimenti terrieri di casa Carafa furono venduti a privati cittadini che li migliorarono a vantaggio proprio e dell’agricoltura.

Terminato il dominio dei Carafa, Ruvo rimaneva comunque nel Regno di Napoli, divenuto Regno delle Due Sicilie dopo il Congresso di Vienna e governato dagli Asburgo nella persona del re Ferdinando I.
Noti personaggi ruvesi come Michele Boccumini e il Notaio Biagio Caracciolo presero parte ai moti liberali del 1799, del 1820 - ’21, del ’48 e del ’60. Anche a Ruvo sorgeva, fin dal 1817, una società carbonara chiamata la Perfetta fedeltà, con 162 iscritti che continuarono a riunirsi segretamente anche dopo il 10 aprile 1821, data in cui Ferdinando I sciolse le società segrete.
Dopo la proclamazione del regno d’Italia, il 17 marzo 1861, cittadini ruvesi parteciparono alla terza guerra d’indipendenza nel 1866, alla presa di Roma nel 1870 e alla prima guerra mondiale (1915-’18), combattuta dal popolo italiano per strappare agli austriaci il Trentino e il Friuli.
Il Monumento ai Caduti, eretto nell’attuale Piazza Bovio con il triste elenco dei 367 morti in guerra, attesta il contributo di sangue dato da Ruvo alla causa nazionale.
Il monumento era composto da una colonna spezzata e una statua bronzea dedicata alla Vittoria. Quest’ultima venne fusa in occasione della seconda guerra mondiale per ricavarne il metallo necessario alla fabbricazione delle armi.

La statua della Vittoria è stata ricostruita grazie al contributo dei ruvesi nel 2009.